Giovedì, 29 Novembre 2012 16:48

Repubblica Democratica del Congo: profughi e ribelli, una situazione esplosiva

Della Repubblica Democratica del Congo si scrive molto poco sui nostri giornali. Eppure è un paese grande più della metà dell’Europa con 72 milioni stimati di abitanti composto da varie etnie africane con circa 300 gruppi tribali. Le lingue ufficiali sono quattro a cui si aggiunge il francese. Nasce dopo il Congresso di Berlino del 1885 come colonia belga e diventa indipendente nel 1960 con un governo guidato da Lumumba. Nel novembre 1965 il colpo di Stato del generale Mobutu Sese Seko determina un cambio di regime e nel 1971 prende il nome di Repubblica di Zaire. La dittatura di Mobutu finisce nel maggio 1997 e il paese prende il nome attuale. E’ una regione particolarmente ricca di risorse minerarie – rame, oro, diamanti, carbone, petrolio, zinco, cobalto, stagno, tungsteno, uranio, radio, cadmio ecc. - ma con il PIL pro capite tra i più bassi del mondo. E’ un paese nel quale sia per le violenze dei conflitti sia per malnutrizione sia per mancanza di servizi sanitari si calcola che muoiano ogni mese 38.000 persone.

Questo paese è caratterizzato da costanti guerre interne fomentate con l’aiuto di paesi confinanti. Si ricorda la guerra del 1998 dei ribelli Tutsi che implicarono ben sei Paesi in loro aiuto per il controllo delle ricche miniere: i dati sono incerti ma si calcola che morirono 350.000 persone sebbene le stime arrivino a 2 milioni e mezzo se si aggiungono i morti per la fame e la povertà causate dalle guerre.

Dal 20 novembre il Movimento 23 marzo (M23) e il governo di Kinshasa pur combattendosi hanno negoziato il ritiro da parte dei ribelli, che i congolesi definiscono terroristi, dalla città di Goma, una città capitale della Provincia del Nord Kivu. Il nome di questi ribelli deriva dal giorno del 2009 che vide la firma di un accordo tra il gruppo armato Congresso per la Difesa del Popolo (CNDP) e il governo di Kinshasa: un accordo mai attuato. Questo conflitto non è una situazione nuova: gruppi armati sotto varie denominazioni (AFDL, RCD, CNDP) sono stati attivi contro il governo negli ultimi decenni. Spesso i comandanti militari di questi gruppi sono diventati successivamente generali dell’esercito regolare.

E’ di ieri la notizia del ritiro dei miliziani da Goma. Il controllo di Goma ma anche di altre località della regione orientale del Nord Kivu, era in mano ai ribelli appoggiati dalle forze armate del Ruanda e dell’Uganda, due paesi confinanti. I due paesi smentiscono di aver mai collaborato a fornire i ribelli di armi e di aver quindi violato l’embargo sulle armi in vigore dal 2003.

Gli sfollati in questo conflitto hanno raggiunto la cifra stimata di 140.000 persone, in loro aiuto sono stati organizzati 31 campi gestiti dall’UNHCR, l’Agenzia dell’Onu per i rifugiati. I combattimenti hanno tuttavia impedito di fatto l’accesso ai campi. Quindi i profughi in gran parte dormono all’aperto anche durante le piogge. L’UNHCR si è posta l’obiettivo di portare aiuti a 110.000 persone. Da ieri questo flusso sta disordinatamente ritornando ai luoghi di provenienza ma se la tregua durerà e se la città di Goma sarà definitivamente liberata è un problema di non facile previsione.

E’ dal 1996 che le province di Nord e Sud Kivu sono oggetto di interferenze ugandesi e ruandesi: si parla di milioni di morti e di un numero imprecisato di profughi. Il Kivu è ricco di minerali strategici come la cassiterite e il coltran: questi vengono estratti in Kivu e poi spostati a Kigali in cambio di armi evadendo così anche il fisco congolese. E’ quindi possibile per l’Occidente acquistare i minerali a prezzi molto bassi. Una proposta portata al Consiglio di Sicurezza dell’ONU per comminare sanzioni ad una lista di ruandesi implicati in questo traffico non ha avuto i necessari appoggi malgrado la raccomandazione degli stessi esperti dell’ONU. La missione dell’ONU denominata MONUNGO non ha portato finora a risultati.

La Comunità internazionale dovrebbe reagire e prendere posizione: le misure finora adottate sono minime. Così si potrebbe imporre al Ruanda l’embargo per la vendita di armi, sospendere l’esportazione dei minerali dal Ruanda, togliere il Ruanda dai paesi membri del Consiglio di Sicurezza dell’Onu. Non dimentichiamo comunque che il Ruanda respinge ogni accusa. Ma anche la RDC dovrebbe avviare riforme per i diritti umani e per la democratizzazione del paese, lottare contro la corruzione e impedire uno sfruttamento sistematico delle sue ricchezze naturali.

B.P.