Perché il Giappone è tra le economie più avanzate del mondo mentre molti paesi africani, pur ricchi di risorse naturali, faticano a decollare? Come mai la Corea del Sud è passata da paese devastato dalla guerra a potenza tecnologica in poche generazioni? Sono domande che ci accompagnano quotidianamente, ogni volta che leggiamo le notizie internazionali o riflettiamo sulle disuguaglianze globali. La risposta non sta semplicemente nei numeri del PIL, ma richiede uno sguardo più profondo: quello dell’economia dello sviluppo, una disciplina affascinante che indaga le ragioni profonde della prosperità e della povertà delle nazioni.
Cos’è l’economia dello sviluppo?
L’economia dello sviluppo non si limita a contare i soldi di un paese. Va ben oltre la fredda contabilità nazionale per analizzare il miglioramento reale della qualità della vita delle persone. È qui che emerge una distinzione fondamentale: quella tra crescita economica e sviluppo.
La crescita economica è un fenomeno quantitativo, misurabile attraverso l’aumento della produzione di beni e servizi. Un paese può crescere semplicemente producendo più petrolio o più acciaio. Lo sviluppo, invece, è qualcosa di profondamente diverso e più complesso: rappresenta un miglioramento qualitativo che tocca la salute dei cittadini, l’accesso all’istruzione, le libertà individuali e collettive, la capacità di scelta delle persone.
Pensate a un paese che scopre giacimenti di petrolio: il suo PIL può schizzare alle stelle, ma se quella ricchezza resta nelle mani di pochi, se non si costruiscono ospedali e scuole, se le donne restano escluse dal mercato del lavoro, possiamo davvero parlare di sviluppo? L’economia dello sviluppo ci insegna che il progresso è multidimensionale: coinvolge aspetti economici, sociali, politici e culturali in un intreccio complesso dove ogni elemento influenza gli altri.
I modelli matematici che gli economisti hanno elaborato nel corso dei decenni ci aiutano a comprendere queste dinamiche. Dal modello di Solow, che sottolinea l’importanza dell’accumulazione di capitale e del progresso tecnologico, alle teorie della crescita endogena che evidenziano il ruolo cruciale della conoscenza e dell’innovazione, questi strumenti analitici ci permettono di scomporre la complessità dello sviluppo in fattori comprensibili e misurabili.
Perché esistono nazioni ricche e nazioni povere?
Eccoci al grande interrogativo che ha tormentato economisti, politici e filosofi per secoli. Le risposte semplicistiche non funzionano: non è solo una questione di risorse naturali, altrimenti la Repubblica Democratica del Congo, ricchissima di minerali preziosi, sarebbe tra i paesi più prosperi del mondo. Non è nemmeno solo una questione geografica, come dimostra il confronto tra le due Coree, divise da un confine artificiale ma con destini economici radicalmente opposti.
La chiave sta nelle istituzioni. Gli economisti Daron Acemoglu e James Robinson hanno dimostrato come le istituzioni estrattive – quelle che concentrano il potere nelle mani di pochi e sfruttano la maggioranza della popolazione – portino inevitabilmente al ristagno economico. Al contrario, le istituzioni inclusive – che distribuiscono il potere, garantiscono i diritti di proprietà, permettono la partecipazione economica e politica – creano le condizioni per uno sviluppo sostenibile.
Ma c’è di più. Molti paesi poveri si trovano intrappolati in vere e proprie trappole della povertà: circoli viziosi dove la mancanza di risorse impedisce gli investimenti necessari per uscire dalla povertà stessa. Una famiglia povera non può permettersi di mandare i figli a scuola, questi cresceranno senza competenze, guadagneranno poco e i loro figli resteranno a loro volta poveri. A livello nazionale, la scarsa produttività genera pochi risparmi, quindi pochi investimenti, quindi bassa crescita, in un loop che si autoalimenta.
L’esperienza storica ci mostra percorsi diversi. Il miracolo asiatico – Giappone, Corea del Sud, Taiwan, Singapore – ha dimostrato come investimenti massicci in capitale umano (istruzione e sanità) combinati con politiche industriali strategiche possano trasformare economie arretrate in potenze globali nel giro di una generazione. Questi paesi hanno capito che costruire scuole e ospedali è spesso più efficace di un semplice afflusso di capitali esterni.
Dall’altra parte, molti paesi africani hanno sofferto il peso del debito estero, eredità di prestiti contratti durante la Guerra Fredda e utilizzati spesso in modo improduttivo. Le riforme strutturali imposte negli anni ’80 e ’90 in cambio di aiuti hanno talvolta peggiorato la situazione, dimostrando che non esiste una ricetta universale per lo sviluppo.
Cosa fa l’economista dello sviluppo?
L’economista dello sviluppo è molto più di un teorico chiuso in una torre d’avorio. È un professionista che analizza dati complessi, valuta l’impatto di politiche pubbliche, progetta interventi per ridurre la povertà, consiglia governi e organizzazioni internazionali su come allocare risorse in modo efficiente ed equo.
Le competenze sviluppate in questo campo sono estremamente preziose e richieste. Grandi organizzazioni internazionali come la Banca Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale, la FAO e le agenzie delle Nazioni Unite impiegano centinaia di economisti dello sviluppo per progettare e valutare programmi in tutto il mondo. Le ONG internazionali cercano esperti capaci di valutare l’efficacia dei loro progetti sul campo. Le agenzie governative dei paesi sviluppati hanno uffici dedicati alla cooperazione internazionale che richiedono queste competenze.
Ma non è solo questione di istituzioni pubbliche. Sempre più imprese multinazionali cercano professionisti in grado di comprendere le dinamiche dei mercati emergenti, valutare i rischi politici ed economici, navigare contesti istituzionali complessi. Il management internazionale richiede oggi una visione sofisticata dello sviluppo economico globale.
Studiare economia dello sviluppo sviluppa una visione critica e analitica del mondo, la capacità di andare oltre i titoli dei giornali per comprendere le cause profonde dei fenomeni economici e sociali. Queste competenze sono essenziali per chiunque aspiri a carriere nella diplomazia economica, nella cooperazione internazionale, nella consulenza strategica o semplicemente desideri comprendere meglio il mondo in cui viviamo.
Studiare economia e sviluppo: percorsi accademici e Master Unicusano
L’Università Niccolò Cusano offre percorsi formativi completi per chi vuole specializzarsi in economia dello sviluppo, con la flessibilità della metodologia e-learning che permette di approfondire tematiche globali mantenendo un equilibrio con stage, volontariato internazionale o impegni lavorativi.
Il Corso di Laurea in Economia aziendale e Management (L-18) fornisce le basi solide in materie economiche, matematico-statistiche e giuridiche necessarie per comprendere le dinamiche aziendali e macroeconomiche. La formazione copre economia politica, storia dell’economia e metodi quantitativi, con la possibilità di svolgere tirocini presso enti del settore.
Per chi desidera specializzarsi, la Laurea Magistrale in Scienze economiche (LM-56) si articola in diversi curricula. Il curriculum Finanza e Investimenti prepara professionisti capaci di operare nei mercati globali. Il curriculum Twin Transition Economics – Economia della Transizione Sostenibile e Digitale forma esperti nelle sfide contemporanee dello sviluppo sostenibile. Il curriculum Gestione e professioni d’impresa sviluppa competenze avanzate in programmazione aziendale e marketing internazionale.
Particolarmente rilevante è il Corso di Laurea triennale in Scienze politiche e relazioni internazionali, che offre una formazione interdisciplinare nei campi giuridico, economico e politologico, preparando laureati capaci di comprendere e gestire i processi della società contemporanea.
Chi desidera un approccio più sociologico può scegliere la Laurea magistrale dello sviluppo economico-sociale (LM-88), che forma professionisti capaci di analizzare i fenomeni sociali con particolare attenzione ai processi demografici, alle relazioni interculturali e alle politiche di sostenibilità territoriale.
La piattaforma e-learning Unicusano, accessibile 24 ore su 24, permette di conciliare studio e vita professionale, rendendo questi percorsi formativi accessibili anche a chi già lavora nel settore della cooperazione internazionale o desidera costruire competenze mentre guadagna esperienza sul campo.
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