“L’errore rappresenta, spesso, l’inizio della conoscenza”: sia data ai detenuti la possibilità di studiare

Lo studio e il carcere

Charles-Louis de Secondatbarone de La Brède e di Montesquieu, meglio noto unicamente come Montesquieu, pensatore, filosofo e politico francese, ha scritto: “Lo studio è sempre stato per me il rimedio sovrano contro il disgusto della vita, e non ho mai provato un dolore che un’ora di lettura non sia riuscita a far svanire.”

Come dargli torto. Studiare allunga e “allarga” la vita. E la possibilità di apprendere, di conoscere, di capire, di “crescere” deve essere alla portata di tutti.  In pochi sanno, ad esempio, che in carcere è ancora impossibile, per moltissimi, riuscire a studiare.

Mancano aule, materiale didattico e personale in grado di soddisfare la domanda di istruzione che viene dalle celle. Ed è una amara constatazione, questa, visto che il fattore legato alla rieducazione che gli istituti penitenziari avrebbero teoricamente l’obbligo di perseguire, dovrebbe passare anche e soprattutto dallo studio.

Come evidenzia una inchiesta di Avvenire, le statistiche del Ministero della Giustizia parlano chiaro. E dicono che su 66.028 detenuti totali (38.795 italiani e 23.233 stranieri), il 7% è analfabeta o privo di titolo di studio, il 21,1% ha la licenza elementare, il 59,4% il diploma di scuola media, l’1,2% il diploma di scuola professionale, il 9,3% quello di scuola superiore e l’1,6% è laureato.

A proposito delle difficoltà che incontrano i detenuti che avrebbero voglia di iniziare o riprendere gli studi, ha scritto anche La Repubblica, evidenziando come in alcune prigioni studiare possa sembrare paradossalmente “vietato”.

Eppure, di detenuti che tornano sui libri per conquistarsi un momento di libertà e per costruirsi un futuro migliore ce ne sono. In galera, raccontano, “Avere un obiettivo da raggiungere dà senso alle giornate“, che altrimenti passerebbero lente, inesorabili, sempre uguali, fini a se stesse.

In questa ottica, gli ultimi dati disponibili fanno riferimento al 2008, quando erano 308 i detenuti iscritti a una qualche facoltà universitaria e in grado di sostenere regolarmente esami.

Una cifra considerevole, al di là delle apparenze, perché la vita dello studente universitario, dietro le sbarre, è tutto meno  che semplice. Tra codici e vocabolari, manuali e dispense molti sono costretti a studiare di notte, quando il carcere rallenta i suoi ritmi e la confusione si attenua.

“Provate a concentrarvi in una stanza dove ci sono 10-11 donne che parlano, con il televisore sempre acceso e a volume alto”,  racconta una detenuta.

Eppure, scommettere sulla cultura e su una formazione di tipo universitario può essere una chiave importante per favorire il recupero e il reinserimento nella società di chi ha sbagliato ma ha capito la lezione e vuole rimodellare la propria vita inseguendo esempi positivi, muovendosi nella legalità, indirizzato dal “sapere”, quello stesso sapere che per viaggiare nei meandri dell’esistenza può essere più importante di qualsiasi bussola e di qualsiasi cartina geografica.

A maggior ragione se si pensa che negli ultimi anni la tecnologia ha compiuto eccezionali passi in avanti e ha sdoganato la formazione universitaria a distanza. Esistono atenei d’eccellenza che offrono la possibilità di studiare online attraverso metodologie d’insegnamento all’avanguardia che mettono a disposizione dello studente non solo tutto il materiale didattico necessario al superamento di un esame, ma anche la possibilità di dialogare con i docenti, con colleghi universitari o con tutor di facoltà.

Kahlil Gibran ha scritto: “L’errore spesso rappresenta l’inizio della conoscenza“.  E’ giusto dare a chi ha sbagliato tutti gli strumenti in grado di portarlo, in futuro, a non prendere lo stesso abbaglio. Lo studio può e deve rappresentare, in alcuni casi, il primo passo da compiere per combattere la recidività cui troppo spesso vanno incontro alcuni detenuti.